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giovedì, gennaio 25, 2007
Shoah: Napolitano, "Combattere l'antisionismo

Corriere della Sera - 9 ore fa
ROMA - Ogni rigurgito di razzismo e di antisemitismo va combattuto con forza, anche quando si "traveste da antisionismo, perche' significa negazione della fonte ispiratrice dello Stato ebraico e della sua sicurezza".
postato da suburbia | 22:41 | commenti


giovedì, marzo 24, 2005
Nube! era il vecchio motto asburgico. Il 24% dei Siriani dice sì a matrimoni con Israeliani

Sondaggio della rivista «Black and white»: il 24 per cento degli intervistati pronto a un matrimonio «misto»
«Sposeresti un israeliano?»
I giovani di Damasco superano il complesso del «nemico sionista»
Corriere della Sera, 24 Marzo 2005
DAL NOSTRO INVIATO

DAMASCO - «Sposeresti un israeliano? Sposeresti un'israeliana?». La domanda, rivolta con provocatoria curiosità da un reporter-ricercatore della rivista siriana Black and white , che si pubblica a Damasco, era un pugno nello stomaco. Come se avesse chiesto: «Sposeresti il nemico»? Ma se il quesito pareva quasi eversivo, in un Paese che formalmente è ancora in guerra (seppur fredda) con Israele, molto più eversive sono state le risposte di una parte dei 100 giovani, di entrambi i sessi, consultati dall'intrepido ricercatore. Ventiquattro intervistati su cento hanno risposto di sì. Alcuni con convinzione, altri con qualche esitazione.
Il problema era se rischiare o meno la pubblicazione del sorprendente risultato, che di sicuro avrebbe fatto discutere, ma con altrettanta certezza avrebbe procurato l'intervento della censura. Lo stesso reporter, colpito dall'esito del suo lavoro, dopo essersi consultato con colleghi ed amici, ha deciso di censurarsi da solo, riducendo da 24 a 6 la percentuale di coloro che avevano risposto affermativamente, nella convinzione di poter aggirare le forbici del censore. Quel numero di Black and white , con il sondaggio corretto al ribasso, non è mai uscito. Anche se la rivista è tornata in vendita la settimana dopo.
Dicono che la Siria non sia una dittatura singolare, ma plurale. Nel senso che ciascun centro di potere agisce in parziale autonomia rispetto agli altri e, alla fine, il vertice fatica a trovare (e a comunicare) la sintesi tra volontà spesso contraddittorie. Tuttavia, ci sono temi sui quali non esistono margini di discussione. Uno di questi è ovviamente Israele e il suo attuale governo, che il regime dipinge come l'origine di quasi tutti i suoi guai. Anche se poi dichiara che è pronto a negoziare, e si premura di importare, per la prima volta in 38 anni, 7.000 tonnellate di mele, raccolte nelle alture del Golan occupato.
Secondo un studio di 300 pagine, risultato di un sondaggio condotto su un campione di 1.900 intervistati, il Centro di ricerche e studi strategici dell'Università di Damasco, che lavora in stretta collaborazione con analoghe istituzioni in Giordania, Egitto, Palestina e Libano, ha scoperto che il 69,4% dei siriani «è contro le uccisioni di civili, anche se appartengono a Paesi occupanti»: esplicito riferimento a Israele e, subito dopo, agli Stati Uniti. E che il 55,5% considera «terroristi i responsabili dell'attacco, nel novembre del 2003, a due sinagoghe a Istanbul». Viene definito «sicuramente terrorismo» dal 72,4% lo spaventoso attentato alle Torri gemelle dell'11 settembre, mentre soltanto il 41,3% ritiene Al Qaeda un'organizzazione terroristica.
Quasi unanime il giudizio su alcune formazioni estremiste, come Hamas, la Jihad Islamica ed Hezbollah: per il 95,9% sono «movimenti di liberazione che resistono legittimamente all'occupazione». Apertamente, però, sono sempre più numerosi coloro che non soltanto si oppongono agli «attacchi suicidi», ma ritengono che «la resistenza non violenta contro l'occupazione sarebbe molto più utile ed efficace».
Tuttavia, quando è stato chiesto un parere sulle ragioni della presenza americana in Iraq, soltanto una minoranza ha optato per risposte come «mettere le mani sulle risorse naturali» (petrolio) o «migliorare il livello di vita della popolazione». Una percentuale sovietica (93,2%) considera infatti che «la presenza in Iraq della coalizione guidata dagli Stati Uniti serva soprattutto agli interessi di Israele e alla sua sicurezza». Faisal Kulthum, direttore del Centro di studi strategici e deputato al parlamento, ha pochi dubbi: «Il sentimento anti-americano è cresciuto esponenzialmente fra i popoli arabi, che manifestano un forte risentimento anche contro i loro governanti. In Egitto, Giordania e Palestina, come in Siria, la percentuale che si oppone ai piani dell'Amministrazione americana è superiore al 90%. Questa, piaccia o no, è democrazia. Tutti vogliamo la democrazia: scelta da noi, non importata».
Gli intervistati sono poi convinti che nei tre Paesi occidentali presi in esame dal sondaggio (Usa, Gran Bretagna e Francia) il valore più importante sia la «libertà personale». Mentre, per la Siria, al primo posto troviamo la religione, al secondo la famiglia, al terzo la tolleranza. «Risultato assai sorprendente, nel Paese più laico del mondo arabo mediorientale», dice il professor Talal Akili, che ha studiato i risultati della ricerca. Ma per altri analisti, c'è poco da sorprendersi: «Basta vedere le moschee piene per la preghiera del venerdì». Portare il velo, per alcune, non è soltanto il desiderio di rivendicare un'appartenenza, ma è anche un atto di protesta. Tuttavia il sondaggio assicura: non ci sono pericoli di fanatismo integralista.
Anzi. Il 70% ritiene infatti che il Corano si debba reinterpretare, esaltando i valori della pace e della tolleranza.

Antonio Ferrari
postato da suburbia | 13:46 | commenti


mercoledì, dicembre 01, 2004
Questa notizia, che mi ha letteralmente colpito al punto da risvegliarmi dal torpore mediatico di quest'ultimo mese, sarebbe da mettere nella 'sezione' Psicologia e Guerra... mah... o ... Intrighi... ?

Fatto sta che sto usando la Rete, ed il tempo che trascorro a riversarvi idee e contenuti, in modo sempre più serendipico, o si dovrebbe dire... zen ?

Ad esempio ho scoperto i... Labirinti... che si possono costruire utilizzando il vecchio MOO, e poi traferire in altri sistemi: ne è nata Suburbia Wiki, versione asincrona di quella su web, ma ... sincronizzabile... visibile in Suburbia enCore MOO ...

E la notizia? Eccola:

Gaza, 1 dicembre 2004
Marwan Barghuti è tornato sulla decisione di non candidarsi alla presidenza palestinese. Il leader oltranzista, condannato all'ergastolo in Israele, ha fatto sapere dal carcere che il 9 gennaio sarà fra gli aspiranti alla successione di Yasser Arafat.

Barghuti dovra' "correre" da indipendente visto che il candidato ufficiale di Fatah, fazione di cui egli era responsabile in Cisgiordania, sarà l'ex premier palestinese Abu Mazen.

A quanto si è appreso da fonti palestinesi, Barghuti ha chiesto alla moglie, durante una visita in carcere, di far iscrivere il suo nome nella lista dei candidati. Il termine per la registrazione scade alla mezzanotte di oggi.


(rainews24.rai.it, 1 Dicembre 2004)
postato da suburbia | 23:08 | commenti


venerdì, settembre 24, 2004
Gerusalemme: Tempio Virtuale e The Hope, di Hayut-Man

hologram_holyland.gif

In Il Venerdì di Repubblica, 24 Settembre 2004, pagina 56,
Andrea Pinchera ha scritto

Gerusalemme: ci manca solo il Tempio virtuale

Yitzhaq Hayut-Man, 61 anni, architetto ed esperto di cibernetica israeliano... parla ... dei suoi progetti, che definisce "di pace" :

sublimare l'attesa di un Terzo Tempio ebraico...

grazie a una ricostruzione virtuale.
O ancora, con un gigantesco computer game

dove scambiarsi ruoli, esperienze, e alzare preghiere elettroniche...

Fantascienza, è la definizione di Amos Luzzatto, presidente dellle ccmunità ebraiche italiane: "Gerusalemme è una città che scatena idee singolari. E tra le tante questa mi sembra una delle più singolari..."

Riccardo Di Segni, Rabbino capo di Roma: "Da un punto di vista culturale e ideologico trovo che quella di un Tempio virtuale sia un'ipotesi stimolante..."


UniArco, 24 Settembre 2004
postato da suburbia | 21:56 | commenti


venerdì, settembre 10, 2004
Dove dimora il tuo Nome, Gerusalemme?

CAMALDOLI, INCONTRO DI STUDIO SU MEDIO ORIENTE, RELIGIONI E PACE

Toscana Oggi, 10 Settembre 2004

09/09/2004
"Quale contributo possono dare le religioni alla pace nella Città Santa e attraverso di essa in tutto il Medio Oriente?". A questo interrogativo è dedicato il VII incontro di studio della rivista "Il Regno" (Edizioni Dehoniane) che si aprirà domani a Camaldoli (fino al 12 settembre), sul tema "‘Dove dimora il tuo Nome, Gerusalemme?’. Conflitti, dolore, riconoscimento in nome della religione". All’incontro sono attesi circa 200 intellettuali cattolici per fare il punto sui maggiori problemi nazionali e internazionali. Per gli organizzatori, "assumere Gerusalemme come figura di riflessione in questo tempo, di fronte al dramma umano e religioso che in tutta la regione mediorientale quotidianamente si compie, ha il significato di una domanda spirituale, accanto a quello di un’analisi storico-politica sulle cause dei molti conflitti in atto. L’incontro, infatti, guarderà a Gerusalemme da più punti di vista, secondo la visione che ancora la Città vecchia ci offre, attraverso la sua suddivisione storica in Quartiere ebraico, musulmano, armeno e cristiano".

Tra i relatori, il presidente della Commissione europea Romano Prodi che, domenica 12, in un confronto con il card. Jean-Louis Tauran, per 13 anni ministro degli esteri della Santa Sede, affronterà il tema del rapporto Europa-Medio Oriente; lo storico di origine ebraica Dan Diner, che affronterà la relazione tra Stati Uniti ed Europa in rapporto alle crisi mediorientali; Michael Scott Doran, che insegna studi mediorientali all’Università di Princeton ed è membro del Consiglio statunitense per le relazioni estere, che affronterà la questione della presenza di Israele nel contesto del nazionalismo arabo. Il card. Carlo Maria Martini con una "Lettera da Gerusalemme", spiegherà il significato della Città santa nella vita dei cristiani.

postato da suburbia | 10:07 | commenti


lunedì, agosto 09, 2004
Arabs for Israel
Who are we?

We are Arabs and Moslems who believe…
We can support the State of Israel and the Jewish religion and still treasure our Arab and Islamic culture.
There are many Jews and Israelis who freely express compassion and support for the Palestinians. It is time that we Arabs express reciprocal compassion and support.
The existence of the State of Israel is a fact that should be accepted by the Arab world.
Israel is a legitimate state that is not a threat but an asset in the Middle East.
Every major World religion has a center of gravity. Islam has Mecca, and Judaism certainly deserves its presence in Israel and Jerusalem.
Diversity should not be a virtue only in the USA, but should be encouraged around the world. We support a diverse Middle East with protection for human rights, respect and equality under the law to all minorities including Jews and Christians.
Palestinians have several options but are deprived from exercising them because of their leadership, the Arab League and surrounding Arab and Moslem countries who do not want to see Palestinians live in harmony with Israel.
If Palestinians want democracy they can start practicing it now.
We stand firmly against suicide/homicide terrorism as a form of Jihad.
We are appalled by the horrific act of terror against the USA on 9/11/2001.
Arab media should end the incitement and misinformation that result in Arab street rage and violence.
We are eager to see major reformation in how Islam is taught and channeled to bring out the best in Moslems and contribute to the uplifting of the human spirit and advancement of civilization.
We believe in freedom to choose or change one’s Religion.
We cherish and acknowledge the beauty and contributions of the Middle East culture, but recognize that the Arab/Moslem world is in desperate need of constructive self-criticism and reform.

We are NOT:
Anti-Islam, Anti-Arab, confrontational or hateful.

We remember with deep sadness and respect the brave Arabs, known and unknown, who were killed or severely punished for promoting peace with Israel; a special thanks to President Anwar Sadat of Egypt who was killed at the hands of Militant and Radical Islamists after he signed the peace treaty with Israel.

www.arabsforisrael.com/pages/1/index.htm
postato da suburbia | 21:18 | commenti (1)

Il (falso) Stato di Gerusalemme

Signor Ministro,

sul sito ufficiale del Ministero degli italiani nel mondo, risulta esservi una città divenuta Stato. Essa si chiama Gerusalemme. Nessuno sapeva che questa città era divenuta uno Stato. Sappiamo dal sito che vi abitano 1690 italiani. Come si chiamano? Italo-gerosolimitani?

Lei, Signor Ministro per gli italiani nel mondo, e' riuscito ad inventare un nuovo Stato, una nuova nazione, pur di poter giustificare la notizia che ci da, sempre sul sito ufficiale del Ministero, alcune righe piu' sotto, dove alla voce Israele corrisponde capitale Tel Aviv.
Intendiamo precisarle, Signor Ministro, che lo status di Gerusalemme, quale Capitale dello Stato di Israele, e' stato reiterato da tutti i Governi israeliani a partire dal primo, nel 1948, e gia' nel 1949 Ben Gurion, quale Primo Ministro, si adopero' per reinsediare il Governo a Gerusalemme dove ha sede il Parlamento (Knesset) e dove hanno sede i ministeri, persino un paio di ambasciate di Paesi piu' coraggiosi del nostro e incuranti del ricatto e delle minacce arabe.
Ci appare francamente soprendente che si prendano in giro gli italiani, non solo nel mondo, soprattutto quelli che vivono a Gerusalemme e che sono convinti di essere israeliani oltre che italiani, inventando uno Stato che non c'e' dove vivono!
Dire che Gerusalemme e' uno Stato, con capitale Gerusalemme, e' una bugia, scriverlo su un sito ministeriale del Governo e' ancora peggio.
Per sua informazione, Signor Ministro, la informiamo che Tel Aviv non e' mai stata Capitale di Israele. Ci sembra che il suo tentativo di imitare la politica degli antichi romani che all'epoca hanno voluto cancellare Gerusalemme chiamandola Aelia Capitolina sia ridicolo e anti-storico. Vorremo anche ricordarle, Signor Ministro, che nel nuovo Stato Gerusalemme, dove si arriva per una strada in salita, ai cui lati si possono vedere i resti dei carriarmati lasciati la' a ricordo delle battaglie combattute da Israele per potersi difendere dai paesi arabi confinanti, che hanno cercato di occuparla ripetutamente negli ultimi 50 anni, vi è la sede di tutti i Ministeri israeliani.

Deborah Fait Iscritta al Prt

Sergio Rovasio Segretario Generale Deputati Radicali al Parlamento Europeo

inviato a Blog Trotter, Commenti il 09.08.2004 15:42:03

Radicali.it
postato da suburbia | 16:52 | commenti (1)


domenica, agosto 08, 2004
Pace, pece, ulivi e coloni

Scrive Sentinella sulle mura, in Spazioforum.net, Medio Oriente

e certo che c'è una tensione interna!
a voi da' fastidio il transfer di un olivo
ma non vi da' fastidio il transfer di migliaia di israeliani piu' la distruzione di anni e anni di fatiche......
senza contare la perdita di lavoro per quei palestinesi che ancora lavorano in imprese israeliane nei territori.


Chi sono i coloni in Israele e nei Territori ? Quanti sono ? Da dove vengono ? Dove andranno, se andranno ?

Il tutto in Blog Trotter Monitor, estrapolato da Blog Trotter, Segnali di ... pece, di Leonardo Coen.

postato da suburbia | 14:20 | commenti


lunedì, maggio 24, 2004
Quando vedete una donna anziana pensate a vostra nonna

Per Rafah un ministro israeliano accusa: «Atti disumani»
di Umberto De Giovannangeli

Ai suoi colleghi di governo racconta di essere rimasto scioccato vedendo in Tv le immagini di una donna anziana di Rafah che frugava fra le macerie della sua casa distrutta alla ricerca di medicinali. «Mi ha ricordato mia nonna», spiega Yosef Lapid, ministro della Giustizia israeliano e leader del partito laico di centro Shinui.. La nonna di Lapid, morta nel campo di concentramento di Auschwitz, venne cacciata da casa dai nazisti. Lo stesso ministro, allora ragazzino, è un sopravvissuto della Shoah. Una immagine che diversi colleghi di Lapid hanno inteso come un parallelo con quanto avvenuto durante l’Olacausto, una ferita sempre aperta in Israele. Sdegnati, il premier Sharon e i ministri (Likud) dell’Economia e degli Esteri Benyamin Netanyahu e Silvan Shalom hanno subito attaccato Lapid, esigendo una ritrattazione. «Sono commenti inaccettabili, intollerabili che aggiungono altro combustibile alla campagna incendiaria» contro Israele, sarebbe esploso Sharon, stando a fonti vicine al premier.

All’uscita dalla riunione, Lapid ha cercato di smorzare la polemica, precisando di non aver voluto operare alcun parallelo fra i soldati israeliani e i militari nazisti. «Non mi riferivo ai tedeschi, non mi riferivo all’Olocausto», spiega il leader di Shinui (terza forza politica d’Israele): «ma quando vedete una donna anziana - aggiunge alla radio statale - pensate a vostra nonna». Il guardasigilli ha però ribadito le critiche di fondo. «Ho detto - insiste Lapid - che siamo una nazione civile, che siamo ebrei, e che abbiamo un obbligo morale al di sopra delle esigenze di sicurezza: se continuiamo così saremo espulsi dalle Nazioni Unite e i responsabili saranno processati all’Aja». Il vice premier non ha dubbi: «Le demolizioni di case a Rafah devono cessare. È disumano, non è ebraico, e ci crea danni gravi nel mondo», rimarca in una intervista televisiva. E tornando sulla immagine dell’anziana donna palestinese tra le rovine della sua casa, Lapid afferma: «Non c’è perdono per chi tratta una donna anziana in questo modo».

l'Unità
postato da suburbia | 09:35 | commenti


mercoledì, maggio 12, 2004




L'ospedale che cura la pace

BlogTrotter, mercoledì, 12 maggio 2004

Tra i tanti luoghi di Gerusalemme dove il confronto tra israeliani e palestinesi è quotidiano e dove, tuttavia, ci si esercita alla pace e alla convivenza, i due ospedali di Hadassah - quelli tra il Monte Scopus e Ein Kerem - sono i più cruciali e i meno celebrati. Eppure lì medici e infermieri, che siano ebrei, musulmani o cristiani, lavorano gomito a gomito per curare le vittime del terrorismo e costruire un ponte verso la pacificazione ed il rispetto reciproco, pur tra mille difficoltà oggettive. Tutti i giorni viene raccolta questa sfida. Tutti i giorni si formano équipes mediche per operare, curare e confortare i pazienti: che siano essi i sopravvissuti di attentati kamikaze o di raids israeliani.

Intendiamoci: non è che tutto ciò si svolga senza tensioni.E' successo, per esempio, che delle famiglie palestinesi, in visita dai loro congiunti ospedalizzati, abbiano applaudito all'arrivo di ambulanze che trasportavano i feriti dell'esplosione di un autobus. Così come ci sono stati numerosi casi di famiglie ebree che hanno rimproverato ai medici dell'Hadassah di curare i palestinesi...sono situazioni in un certo senso di fisiologica diffidenza. Ma sono episodi isolati. Il 30 per cento dei dipendenti degli ospedali Hadassah ha perso un familiare a causa degli attentati. Ma i sentimenti sono accantonati in sala chirurgica, perchè xome un giorno mi confidò un medico, "anche se non sai mai chi ti ritroverai sotto i ferri - un amico, un parente, un terrorista? - il nostro dovere è uno solo, curare". La dottoressa Raquel Picard, una ebrea francese che una decina di anni fa aveva fatto la sua "Alyah", il suo ritorno alla Terra Promessa, due anni fa ha perso suo figlio, ucciso davanti alla scuola da un terrorista. Lei è una ginecologa: una che per professione dà la vita. Quando si trova davanti una madre araba incinta, talvolta è stata sfiorata da un mostruoso pensiero: e se la aiutassi a mettere al mondo un figlio che poi diventerà terrorista? Si è ribellata a questo pensiero, che pure l'aveva tormentata e le aveva lasciato un dubbio terribile, spaventoso: perchè è curando tutti allo stesso modo e con lo stesso amore che si dimostra come si possa stare assieme e rispettarsi: "e come si possa sconfiggere l'odio".

Tuttavia, i due ospedali considerati in fondo come una sorta di territorio neutrale, sono stati costretti ad assumere anche loro, come tante altre istituzioni, le loro precauzioni, dotandosi di sistemi di sicurezza. E le ambula nze sono perquisite minuziosamente ogni volta che entrano, perchè la paura che siano imbottite di esplosivi è diventata ormai quasi una paranoia. A Gerusalemme, infatti, la paura è qualcosa di palpabile, e le più recenti inchieste hanno dimostrato che i traumi psicologici sono tre volte superiori a quelli provocati da incidenti stradali. la psicosi dell'attentato è diventata una malattia sociale. E sta provocando grossi problemi a livello di prevenzione: a Gerusalemme, infatti, strappare un appuntamento a psichiatri e psicologi è un'impresa. Per ottenere un appuntamento bisogna aspettare sino ad un anno.

Leonardo Coen
postato da suburbia | 11:18 | commenti



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